Nella prima uscita abbiamo varcato la soglia del museo. Abbiamo osservato la planimetria nel suo insieme, riconoscendo sei sale, sei azioni e una domanda destinata ad accompagnare tutto il percorso:
Che cosa rimane del progetto quando la macchina non si limita più a eseguire, ma comincia a proporre?
Ora possiamo entrare nella prima sala.
Lo spazio è dedicato a Hieronymus Bosch e al verbo decifrare.
Non perché Bosch abbia anticipato il digitale o immaginato l’ipertesto, ma perché davanti al Giardino delle delizie sperimento ancora oggi una particolare combinazione di attrazione e disorientamento.
È una sensazione che riconosco anche nei miei primi incontri con il computer.
Davanti al Giardino
Ogni volta che guardo Il Giardino delle delizie ho la sensazione che l’occhio arrivi sempre in ritardo.
Appena credo di aver riconosciuto una scena, un dettaglio laterale mi costringe a cambiare direzione.
Una figura conduce a un’altra, un gesto apre una domanda, un oggetto apparentemente secondario diventa il centro di una storia possibile.
Non riesco ad abbracciare l’opera con un solo sguardo. Devo attraversarla.
Il dipinto di Bosch, realizzato tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento e oggi conservato al Museo del Prado, è un trittico: a sinistra l’Eden, al centro una moltitudine di corpi, animali e costruzioni fantastiche, a destra l’Inferno.
La sua densità non equivale all’assenza di un programma. L’opera possiede una struttura teologica e morale, anche se molte immagini continuano a generare interpretazioni differenti.
È per questa esperienza dello sguardo, e non per una presunta anticipazione della tecnologia, che torno a Bosch quando ripenso al mio ingresso nel digitale.
Davanti a quel mondo provo la stessa combinazione di attrazione e disorientamento che accompagnò i primi passi tra computer, software e reti.
Ogni elemento prometteva un accesso, ma non forniva le istruzioni per trovarlo.
Prima delle interfacce intuitive
Nella prima metà degli anni Novanta il digitale non era ancora l’ambiente continuo e quasi invisibile di oggi.
Per me appariva come un territorio separato, raggiungibile attraverso strumenti precisi e linguaggi da imparare.
Arrivavo da una scuola per geometri e da una formazione che mi aveva insegnato a pensare attraverso spazio, struttura, misura e vincolo.
Il computer non mi sembrò l’opposto di quel mondo.
Era una nuova materia progettuale, ancora difficile da nominare.
Il mio primo incontro con un software specialistico avvenne durante l’estate precedente alla quinta superiore. Lavoravo in uno studio di progettazione.
Era un programma eseguito in ambiente MS-DOS e utilizzato nel lavoro di progettazione. Non ne ricordo né il nome né la funzione specifica.
Ricordo soprattutto l’interfaccia:
uno schermo nero.
Su quel fondo scuro i dati sembravano materializzarsi. Comparivano attraverso comandi che bisognava conoscere e digitare correttamente.
Tra ciò che desideravo ottenere e ciò che la macchina eseguiva non esisteva uno spazio di negoziazione. Il software non interpretava l’intenzione, non completava il pensiero e non proponeva alternative.
Aspettava.
Se il comando era sbagliato, il risultato non arrivava.
Se il comando era sbagliato,
rischiavi di perdere tutto!